Viaggio nella Valle del Sacco, la "terra dei fuochi" alle porte di Roma

Viaggio nella Valle del Sacco, la terra dei fuochi alle porte di Roma
Inside Over
14 Giugno Giu 2019 12 giorni fa

Alle porte di Roma c'è uno dei siti più inquinati del Paese: la Valle del Sacco. Tra discariche di rifiuti pericolosi e sversamenti delle acque reflue, i residenti temono per la loro salute

Più di 7mila ettari di campi coltivati e natura, ma anche veleni. Benvenuti nella Valle del Sacco, che deve il suo nome al fiume che l’attraversa, lo stesso che a dicembre dello scorso anno è stato invaso da un’inquietante spuma bianca. Un episodio da apocalisse, che è servito a riaccendere i riflettori sul disastro ambientale di quest’area di confine, tra Roma e Frosinone, tra paesaggi da cartolina e sinistre minacce.

La storia è antica e risale a quasi mezzo secolo fa, quando questo paradiso naturalistico si è trasformato in un polo industriale grazie agli incentivi della Cassa del Mezzogiorno. Allora sono arrivate fabbriche, posti di lavoro e benessere. Erano altri anni, c’era una sensibilità diversa, e nessuno si interrogava sui costi ambientali dell’industrializzazione selvaggia. Poi hanno cominciato a morire pesci ed animali al pascolo, e l’entità del danno prodotto si è manifestata in tutta la sua drammaticità. Solo a quel punto si è iniziato a parlare del “disastro ambientale” prodotto da decenni di sversamenti delle acque reflue e discariche abusive. Così la Valle ha scalato la lista dei Sin, aggiudicandosi la medaglia di bronzo.

Il caso più famoso è quello di Colleferro, dove sorgeva la Bomprini Parodi Delfino (BPD), acquisita in un secondo momento dalla Snia. Al di là dei cancelli ormai arrugginiti dell’ex polo industriale venivano prodotti esplosivi ma anche concimi, diserbanti, colle e vernici. E gli scarti tossici della produzione, racconta Alberto Valleriani, portavoce del network Rifiutiamoli, “venivano trasportati dai carrellisti a ridosso dell’area industriale e interrati all’interno di fusti già mezzi aperti, così è avvenuta la contaminazione delle falde acquifere e del fiume”. Nascono in questo modo “Arpa 1” e “Arpa 2”, le due discariche di fusti tossici di Colleferro. La prima, già bonificata, conteneva 200 bidoni, la seconda, invece, è ancora lì.

Ma la ex BPD non è la sola ad aver distillato veleni (in particolare il β-esaclorocicloesano). La presenza di mercurio, cromo, arsenico e diossine nei terreni agricoli e nelle acque dei comuni limitrofi raccontano che la maggior parte delle fabbriche, nel tempo, hanno adottato la stessa politica criminale. E purtroppo, in molti, proseguono tutt’ora. Lo dimostrano i continui sequestri. Uno degli ultimi è scattato in una fabbrica di Anagni, quando i carabinieri del Nucleo Forestale hanno trovato cumuli di rifiuti speciali, anche pericolosi, abbandonati su una pavimentazione deteriorata. Pronti, alla prima pioggia, a penetrare nel terreno. “La spuma nel Sacco è stato l’episodio più eclatante – ci racconta Ilio Crescenzi, della Task Force Allerta Valle del Sacco – ma qui di cose preoccupanti ne sono successe, non c’è torrente, canale o rigagnolo d’acqua che non abbia mai emesso cattivo odore o cambiato colore”.

Tutto questo che impatto ha sulla salute delle persone? Qualcuno è pronto a sostenere che non ci sia famiglia che non pianga un malato oncologico, ma (caso strano) non c’è un registro tumori che lo possa dimistrare. Di sicuro sappiamo solo che, nonostante tutto, gli agricoltori della zona continuano ad irrigare campi ed orti con le acque del Sacco e dei suoi affluenti. E che il foraggio che mangiano le bestie viene irrorato alla stessa maniera. Giuseppina Aureli, cinquantenne di Ceccano che dallo scorso anno combatte la sua battaglia contro un carcinoma mammario, racconta: “La mia è una patologia di tipo genetico, però, dall’ospedale mi hanno detto che è stata accelerata dall’inquinamento, qui in paese non solo l’unica ad avere questo male, nel mio gruppo di amici siamo una decina e ci siamo ammalati in cinque”.

La sua richiesta alle istituzioni è che venga effettuato “uno studio epidemiologico che verifichi la correlazione tra inquinamento e patologia”. Nel frattempo la bonifica della Valle, rimasta nel patano per anni, potrebbe ripartire. È del mese scorso il protocollo siglato il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, che anticipa un finanziamento di 53,6 milioni di euro per la messa in sicurezza dell’area. “Speriamo sia la volta buona – dice Giuseppina che sta pensando di mandare suo figlio a vivere altrove – perché sennò la Valle rischia di spopolarsi”.

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